SGUARDI DAL BUIO di Marco Spanò | sabato 6 febbraio 2010

SGUARDI DAL BUIO di Marco Spanò

Sabato 6 febbraio 2010
alle ore 18.30
presso il LatoB | Spazio Villas (via de Pastrovich 5) | d6/d7
(Parco culturale di San Giovanni)
Inaugurazione della mostra fotografica

SGUARDI DAL BUIO
di Marco Spanò

A seguire, nella Sala A dello Spazio Villas:
Mi mancano i plug-in
Incontro di Teatro Forum sul tema della Salute Mentale
a cura dell’Associazione Le città invisibili (Torino)

“30 anni e sei mesi: 180 una legge che c’è”
Il progetto propone uno spazio di confronto per ripercorrere le tappe della Legge Basaglia dopo quasi trenta anni dalla sua promulgazione.
Partendo da un laboratorio semplice e divertente, che utilizza alcune tecniche del teatro dell’oppresso (TdO), si attiva lo scambio e il confronto tra i partecipanti per riproporlo, attraverso un evento finale di teatro forum, al territorio e lanciare un segnale di attenzione agli sviluppi della salute mentale.
Le tecniche di TdO usano il teatro come linguaggio, come mezzo di conoscenza e trasformazione della realtà interiore, relazionale e sociale. E’ un teatro che rende attivo il pubblico e serve ai gruppi di “spett-attori” per esplorare, mettere in scena, analizzare e trasformare la realtà che essi stessi vivono.
Il progetto ha previsto 23 incontri che iniziati nel mese di novembre 2008 hanno visto la conclusione nel mese di maggio del 2009 con uno spettacolo finale dal titolo “Mi mancano i plug-in”, ha avuto tra i suoi iscritti cittadini, operatori del settore, utenti dei servizi di Salute Mentale ed è patrocinato dalla Circoscrizione 10.

La mostra sarà visitabile presso il LatoB | Spazio Villas fino a venerdì 5 marzo, da martedì a sabato dalle 17 alle 20.

N.A.D.I.R. | Nodi Appunti Domande Immagini Riflessi
16 gennaio / 5 marzo 2010
Parco culturale San Giovanni | Teatro Miela [Trieste]

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4 Comments

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  1. “Estate 2003. Sono partito volontario in un progetto internazionale di riabilitazione che prevedeva un soggiorno estivo per i pazienti dell’ospedale psichiatrico albanese Ali Mihali di Valona. Erano forse trecento, forse di più, divisi in quattro padiglioni tra uomini e donne, acuti e cronici. La prima distinzione mi era chiara la seconda no. Questi corpi inerti, oggetti che non possedevano più nulla, tornavano ad essere persone per una settimana, potevano scegliersi i vestiti e avere oggetti personali, andare fuori, in giro, al mare, a mangiare la pizza. Gli altri no. Storie di chi aveva cercato di fuggire dal regime di Enver Oxha, di chi non aveva raggiunto la terra promessa, di chi era una scomoda moglie o di chi era diventato solo un peso, bocca da sfamare. Storia di un poeta e di chi semplicemente non ce l’ha fatta.
    Una grappa alle 10 di mattina per mandare giù l’odore dei reparti. Le inferriate e i pigiami a righe stesi ad asciugare al sole. Gli escrementi per terra. Il mangiare nei secchi di metallo e il caffè alla turca per fumarci dietro o farsi leggere i fondi. Ma anche il tramonto sul mare e la chitarra sul tetto, una macchina scassata e la difficoltà di comunicare, spesso con l’interprete. Le partite a scacchi o a carte nel cortile e la radiolina per ascoltare musica e forse ballare. Una partita di pallone in cui infermieri e pazienti, volontari e turisti, in ciabatte o scalzi, si affannavano nel cortile dell’albergo in cui noi tutti alloggiavamo, luogo di villeggiatura rinomato ai tempi.
    Poi, come nella favola di Cenerentola, scoccava l’ora e si tornava dentro per perdere tutto di nuovo.
    Dentro ci siamo andati anche noi, italiani tedeschi e albanesi, per portarli di nuovo fuori. Alla fine, ma la fine non c’è, alcuni ricoverati sono stati dimessi e sono tornati ai loro paesi e alle loro famiglie che li attendevano. L’ultimo giorno c’è stata una festa nel refettorio a cui tutti hanno partecipato eccetto alcuni, rimasti chiusi dietro una sbarra. Siamo andati noi da loro e sono le immagini che più ricordo, anche quelle che non ho voluto scattare.
    Alla partenza molte mie convinzioni si erano definitivamente dissolte: i guardiani brava gente, in troppo pochi guadagnavano troppo poco e per arrotondare facevano tutti un secondo lavoro; il tassista che guadagnava più dello psichiatra; l’acqua e la corrente razionata, la povertà al termine della grande emigrazione. Valona città turistica, città di scafisti affacciata sul mare Adriatico.”

    Valona. Interno
    Valona. Interno

    La nuova Valona e quei suoi matti

    Reclusione e corruzione Nella catastrofe umanitaria di strutture psichiatriche misere e tarlate da vecchi e nuovi vizi sociali, comincia ad apparire qualche importante segnale di novità.

    Da diversi anni non partono più scafi di clandestini da Valona. Sui muri delle case del centro si vedono ancora i segni lasciati dalle raffiche di kalashnikov negli scontri del ’97, ai tempi del «bandito Zani», oggi in carcere, e della rivolta popolare contro le società piramidali, che offrivano interessi favolosi a chi cedeva i propri risparmi e coinvolgeva altri risparmiatori in una specie di catena di Sant’Antonio allargata a tutta l’Albania e finita in bancarotta. Valona è molto cambiata da allora. Il parlamento ha approvato un mese fa la concessione per trent’anni alla «Petrolifera italo-rumena», di proprietà degli Ottolenghi di Ravenna, di una superficie di 183mila mq alle spalle del porto. La Pir investirà 32 milioni di euro per costruire il più grosso deposito di carburante del paese e un nuovo scalo portuale, collegato al progetto della società americana Ambo di costruire a Valona il terminale del «Corridoio 8», l’oleodotto che da Burgas, sul mar Nero, trasporta il petrolio russo attraverso i Balcani. Ora che la bella stagione è cominciata, è più facile percepire la vitalità di questa città cresciuta in fretta – oggi ha oltre duecentomila abitanti. Tra le palme del lungomare di Skele riaprono i bar e le pizzerie all’aperto, i bagni mettono fuori ombrelloni e sdraio; la sera si riempie di gente che passeggia fino al tunnel naturale, dove sopravvive disabitata e depredata la villa di Enver Hoxha, padre padrone del particolarissimo comunismo che ha resistito quasi cinquant’anni.
    Lo Spitale Neuropsichiatric Hali Mihali, il manicomio di Valona, è appena dietro il lungomare, in una parallela dove il paesaggio cambia molto, tra pochi villini nuovi, scheletri di palazzi mai finiti, case poverissime e bunker di cemento armato (ce n’è oltre mezzo milione in tutto il paese, soprattutto lungo le coste). C’è un bunker anche qui – divelto e rovesciato come un’enorme scodella – di fronte all’ingresso del manicomio, insediato dagli anni `20 in una ex caserma italiana che dall’esterno sembra una vecchia villa di campagna, con grandi alberi non curati, il pergolato, una fontana senz’acqua, galli, galline e gatti che fanno la loro vita indisturbati.

    [Articolo di Maria Grazia Giannichedda apparso su “Il Manifesto” del 17 giugno 2004]

  2. Quarto ed ultimo capitolo del ciclo di mostre N A D I R.
    In qualche modo il progetto N A D I R (che si è evoluto intorno agli scatti albanesi di Spanò) è da considerarsi, insieme a ‘Oh Poetico Parco…’, una delle pietre fondative dell’associazione stessa. Inutile soffermarsi troppo sull’importanza di essere riusciti a concretizzare un controverso progetto che ha richiesto un paio d’anni d’incubazione. Chi semina (con pazienza) raccoglie (con serenità)…
    Sta di fatto che, per un’ineffabile casualità, il ciclo di mostre si inserisce, volenti o nolenti, nell’ambito del convegno “Trieste 2010: che cos’è ‘salute mentale’?” che, dal 9 al 13 febbraio, animerà il Parco culturale di San Giovanni. In questo periodo, forse un po’ meno casualmente, accadrà che le quattro mostre saranno contemporaneamente visitabili (le tre monografiche nel Parco e la sintesi del ciclo al Teatro Miela). Più che alla mera ridondanza, preferiamo pensare al delicato compito di sottolineare per immagini alcune questioni riguardanti la salute mentale. Nella fiera consapevolezza che un’immagine, molto spesso, vale più di mille parole…

  3. ad ogni seme il suo destino…
    e, aggiungerei, ad ogni destino il suo percorso.
    intanto godiamoci il viaggio (salite, discese, soste e ripartenze) senza pensare troppo alla meta (se mai ne esiste una unica, granitica e condivisa). fin qui tutto bene… benfatta marco spanò!

  4. Maria Cecilia Zuluaga 11/04/2013 — 20:12

    La primera vez que vi estas fotografìas me impactaron por las condiciones difìciles que deben vivir estas personas y porque los rostros captados con la càmara lograban transmitir los sentimientos màs profundos de sus protagonistas.
    Hace mucho tiempo que busco a su autor Marco Spano por su gran talento y porque pienso que es una persona espectacular. Ojalà un dìa pueda volver a verle.

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